mercoledì 13 gennaio 2010

Parigi

Pierre è un ballerino a cui viene diagnosticata una grave malattia cardiaca; deve attendere il trapianto ma non è affatto certo che sopravviverà. Sua sorella si trasferisce da lui per assisterlo, insieme ai suoi tre figli senza padre, e fa la spesa al mercato di quartiere, dove i fruttivendoli sono in piena schermaglia amorosa. Intanto un nordafricano s’imbarca alla volta dell’Europa, una fornaia assume un’apprendista maghrebina e un professore universitario di storia, in crisi esistenziale, s’innamora di una studentessa, si confronta con il fratello architetto e si presta a commentare la città di Parigi per una collana di dvd.
Sono alcune delle traiettorie che Cédric Klapisch traccia sulla mappa di Parigi , storie di vita ordinaria rese straordinarie dallo sguardo di Pierre, “esaltato” dalla prospettiva della morte. Un percorso che si denuncia da solo –nelle parole del professore che cita Baudelaire- senza capo né coda, ambientato in un momento storico antirivoluzionario ma, evidentemente, intriso di spleen.
C’è poco da ridere rispetto ai precedenti lavori dell’autore, tutti sono più nudi davanti alla macchina da presa, come ballerini cui non è più dato il piacere di ballare, ma in fondo anche tutti più disposti a dare un’occasione al caso. L’amore non è obbligatorio, ma quello tra fratelli è indagato, riconosciuto, motore dei momenti più commoventi e più divertenti (anche se la sequenza da applausi è quella di Fabrice Luchini alla sua prima seduta dall’analista).
Pierre è il regista degli incontri tra i personaggi, l’unico a intercettarli tutti, anche se capirli è altra cosa; li guarda dall’alto in basso o dal basso in alto, spettatore alla ricerca di prospettive d’artista. Ma lo scambio è mutuo: Klapisch, che pure si mette al livello dei personaggi, discreta terza presenza nella stanza con loro, soffre a sua volta di un problema di cuore. Il suo sguardo è sentimentale, abbraccia il bello e il brutto, l’attore famoso (Binoche, Duris, Luchini) e quello poco noto, ripropone squarci del proprio cinema ma ne mitiga fortemente la leggerezza. Parigi, splendidamente fotografata da Christophe Beaucarne, senza enfasi ma non senza amore, è il contenitore che tutto tiene e tutto perdona, ma l’idea di percorrerla programmaticamente senza meta, per disegnare un “ritratto effimero di una città eterna” (come avrebbe dovuto specificare un sottotitolo poi omesso), non sempre appare come la soluzione migliore.
In continuo cambiamento, come la ville Lumière, Klapisch è di nuovo in cerca del suo gatto, e noi possiamo solo augurarci che lo ritrovi al più presto.





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